Il coraggio del talento

Durante questo mio viaggio infinito di ricerca sul talento ho scoperto una cosa fondamentale, nel mondo ci sono soprattutto due tipi di persone: quelle che hanno un talento evidente e quelle che credono di non aver nessun talento.  Quelle che hanno un talento evidente nella maggior parte dei casi o è un talento artistico, tipo cantare, ballare, suonare uno strumento, dipingere, scolpire, disegnare etc. oppure hanno un talento sportivo, altre volte invece il talento è scientifico, matematico. Questi sono i talenti che il resto delle persone tendono a notare con più facilità perché nella maggior parte dei casi è evidente.

Chi possiede questi talenti spesso, anzi spessissimo non è in grado di comprendere chiaramente “quanto” sia talentuoso.

E’ una prerogativa tipica soprattutto di chi rasenta la genialità. Sono persone che nella maggior parte dei casi restano anche molto sorprese quando il mondo esterno gli riconosce il talento e soprattutto la grandezza del loro talento. Questa è una caratteristica che facilmente rilevo quando elaboro il profilo di qualcuno utilizzando lo Human Design System®.

Coloro che invece non credono di avere alcun talento sono stati condizionati da alcuni fattori.

Il primo in assoluto è la credenza che il talento sia soltanto quello evidente, quello che rientra nella categoria artistico/sportiva/scientifica, per cui se non hai quello allora non hai nessun talento.

Il secondo elemento condizionante deriva dall’ ambiente ovvero sono cresciuti con genitori/insegnanti/amici che a loro volta erano convinti che il talento dovesse rientrare obbligatoriamente nelle categorie di cui sopra ed hanno manifestato continuamente questa convinzione. Mi scontro quotidianamente con mamme o papà che affermano “mio figlio non ha nessun talento” e quindi invece di osservare il proprio figlio alla ricerca delle sue qualità- abilità hanno preferito asserire che non possedesse nulla di speciale.

Il terzo elemento deriva dal secondo. Quelle stesse persone che sono cresciute in un ambiente non orientato all’ osservazione delle caratteristiche e/o abilità non sono state quindi stimolate a cercare  la propria unicità e di conseguenza si confinano volontariamente nella mediocrità. E’ molto facile e aggiungo anche comodo, accettare la mediocrità in quanto, riconoscere di essere speciali, comporta coraggio. Queste persone invece continuano a pensare “perché io dovrei avere qualcosa di bello, di straordinario? Chi sono in fondo io per meritare questo?”. Voler indagare sul proprio talento comporta l’assunzione della responsabilità di farne qualcosa ed ecco che la paura di crederci e poi fallire ha il sopravvento sul coraggio.

Ognuno di noi possiede svariate qualità che ci rendono unici e importanti per l’insieme, per il collettivo, donandoci la possibilità di contribuire alla crescita, al potenziamento, alla mutazione degli altri o del sistema grazie a ciò che di noi portiamo nel mondo.

Tuttavia se quelle nostre qualità non ci rendono famosi, popolari ecco che non ci riteniamo talentuosi come se il successo e la fama siano l’ovvia conseguenza del nostro talento. Ma il talento, quando non rientra nelle categorie di quelli evidenti, facilmente è un insieme di qualità che come diceva Steve Jobs dobbiamo unire e utilizzare al fine di realizzarci pienamente come persone.

Osservare, circoscrivere ed utilizzare quelle qualità unite ad uno scopo, un perché, una vocazione  può fare della nostra vita un quadro meraviglioso.

Voi avete investigato? Vi siete armati di coraggio, tela e pennelli per dipingere il vostro quadro?

Be The One!

Letizia

Il talento creativo!

Se c’è una qualità che aiuta il talento è la creatività e la creatività può avere infinite forme per cui ecco che possiamo restare stupefatti in ogni momento della vita. Questo è ciò che è accaduto a me qualche giorno fa.  Mi è stato regalato un libro “Lo specchio di Iside” scritto da Paola Belli, una donna conosciuta circa 10 anni fa, dal grande potere impattante.

Lei è un’insegnante di danza terapia, specializzata in danza del ventre, è anche una coach del benessere, naturopata psicosomatica e astrologa. Ad un tratto scopro che ha scritto questo libro che è un romanzo avventuroso che ricorda i film di Harrison Ford tipo “All’ inseguimento della pietra verde”, con tanto di storia d’amore. Scopro con piacere che il romanzo è molto avvincente, coinvolgente perché molto intrigante e ricco di significati e se volete vivere avventure nel misterioso Egitto ve lo consiglio. Ecco che dopo la lettura mi sono ritrovata ad osservare come la qualità creativa in una persona possa fare la differenza nell’espressione dei propri talenti. Paola (foto in basso) nello scrivere il libro ha magistralmente inserito tutte le sue conoscenze fuse e messe a disposizione della creatività che prende forma in una storia che non poteva essere così avvincente se lei non avesse negli anni studiato approfonditamente tutte le materie che oggi padroneggia.

Ha scelto un modo tutto suo di unire i puntini come ha saggiamente insegnato a tutti noi Steve Jobs attraverso l’essere creativa. Il talento non sempre è fatto di una specifica abilità ma può prendere diverse forme che cambiano a seconda del nostro vissuto. Si fortificano, si colorano fino a rivelare nuove direzioni che possono sorprendere le nostre iniziali aspettative.

Voi avete unito i puntini della vostra vita? La vostra direzione è sempre stata la stessa o è cambiata nel tempo?

Be the One!

Letizia

Ci vuole tempo per i pezzi unici!

Ho atteso diverse settimane per incontrare Marco Aurelio del Laboratorio Marco Aurelio. Quando ti innamori della bellezza, dell’unicità e del talento delle persone finisci per agganciarti a ciò che vedi come un pesce che abbocca all ’amo. E avevo ragione. Marco Aurelio è un artista, un artigiano diverso da tutti e su questo non ho dubbi. Ho avuto subito l’impressione di aver incrociato un altro artista eretico che meritava di essere osservato. L’evoluzione del talento può avere traiettorie curiose, apparentemente distanti ma ad un certo punto della vita tutto torna, tutto si allinea. Ma qual è la storia di Marco Aurelio?

Si appassiona di computer  e a  8 anni già programmava  pc in due linguaggi diversi.

Li costruiva e se li programmava ma è quando iniziano ad uscire pc in grado di creare immagini tridimensionali che si appassiona alla grafica.

A 16 anni partecipa al primo concorso di computer grafica del mondo dove conosce John Lasseter,  ex direttore creativo della Pixar e della Walt Disney Studios, allora 18 enne.

Tornando leggermente indietro, all’ età di 8 anni, fra una programmazione e l’altra di pc,  girava per Roma,  fra Campo de’ Fiori e via del Pellegrino ed lì che conosce Francesco un orafo di 86 anni (siamo alla fine degli anni 70’).

Quella zona di Roma era la zona degli artigiani (via dei Leutari, via dei Baullari, Via dei Cappellari etc) e chi voleva imparare un mestiere andava a bottega lì. Gli artigiani in quegli anni lavoravano per strada e il laboratorio di Francesco era il suo camice, con tutti gli strumenti attaccati ed un banchetto fatto da un pezzo di legno (vedi foto) che Marco Aurelio eredita alla scomparsa di Francesco.

Francesco insegnerà a Marco Aurelio a fare cose con il metallo. Quando egli si accorge che la computer grafica  non gli donava la soddisfazione che  cercava  si costruisce da solo, con le tecniche apprese da Francesco, un ingranaggio. Lo rese morbido, carino e indossabile e quando passa una cliente dell’orafo ecco che avviene la sua prima vendita.

Di lì a qualche tempo si ritrova a dover scegliere fra un onestissimo e molto ben remunerato lavoro al CED (centro elaborazione dati) ed il lavoro di orafo artigiano da cui si sente chiamato. I vecchi clienti di Francesco iniziano a cercare lui. Come direbbe il buon vecchio Steve Jobs se unisci i puntini puoi trovare le tracce della tua direzione.  La predisposizione per le immagini, la creatività e la manualità prendono corpo nella sua vocazione.

La cosa che ha attirato la mia attenzione sui manufatti di Marco Aurelio è un aspetto che non avevo mai intravisto in nessun altro gioiello. Osservandoli non avevo l’impressione sterile, fredda che di solito provo quando guardo la vetrina di un gioielliere. Quando guardo ciò che crea Marco ho la sensazione di fare un viaggio. Questo è ciò che arriva dai suoi gioielli. C’è quello che sembra uscito da un documentario sulla natura,  come l’anello che rappresenta la bollicina d’aria nell’ alga (vedi foto) e le fedi che sembrano trafugate da una tomba etrusca. I suoi gioielli raccontano una storia. Osservando il profilo di Marco Aurelio mi salta all’ occhio proprio un dettaglio che inserito nel suo talento ha fatto tutta la differenza. Non si tratta solo di creatività, di fantasia, del fatto che è appassionato di storia, di metallurgia e di come funzionava la vita dei fabbri, degli artigiani nel passato . Marco Aurelio non è consapevole del suo valore e questo aspetto attiva una caratteristica che è quella di osservare il valore delle cose, di riconoscere la bellezza di un’immagine della natura o dello stile medievale di alcuni oggetti non sapendo che è proprio l’osservazione del valore che crea il suo di valore. E’ stato un pomeriggio di grande ricchezza per me. Il tempo speso con il talento è il tempo in cui osservi la bellezza dell’unicità di ognuno di noi. Voglio chiudere questo racconto con la tavola di presentazione del Laboratorio Marco Aurelio che può essere adattata anche all’ universo.

Non è forse anch’ esso un laboratorio creativo di pezzi unici?

“SE andate di FRETTA siete nel posto SBAGLIATO.

SE state cercando qualcosa di GIA’ VISTO siete nel posto SBAGLIATO.

TUTTE le Opere create nel nostro laboratorio sono PEZZI UNICI, fatti interamente a mano, IRRIPETIBILI per definizione ed alle volte neanche riproducibili “simili” in quanto influenzati, permeabili alle storie, richieste o pensieri di chi li ha commissionati, uniti ai nostri.

Ci piace farli con calma, ci piace farli bene. Ci vuole tempo. “

Be The One!

Letizia

 

 

Il talento trasformista

A volte il nostro talento ci sembra chiaro, la vocazione anche e tutto sembra andare verso una direzione definita. Ad un certo punto la strada che sentiamo dover percorrere si rivela essere solo una passerella. Il punto è che il talento può avere forme strane, temporanee e trasformiste e la chiamata non è detto che sia definitiva.

E’ il caso di Lolita Shanté Gooden conosciuta come Roxanne Shantè. E’ una rapper statunitense, classe 1969, nata in un quartiere popolare di New York. All’età di 8 anni era già in grado di fare rime istantanee su qualsiasi argomento. Il suo talento musicale fu incoraggiato dalla madre e a soli 10 anni si esibì nella sua prima gara rap in un modo così eccezionale che la vinse e portò a casa un premio di 50 dollari. Non si fermò più. Sfidando tutti i rapper attorno si guadagnò il titolo di “Regina delle Regine” diventando una celebrità locale. Ma il vero successo arrivò quando a 14 anni incise delle rime su un brano intitolato “Roxanne Roxanne”, appartenente ad un gruppo (UTFO) che non si presentò ad un concerto a cui era stato invitato. Furono rime provocatorie, al limite delle oscenità, che mancavano di rispetto al gruppo e fecero spopolare il pezzo alla radio al punto da provocare 102 canzoni di risposta. Incise quel pezzo in cambio di un paio di jeans, ignorando totalmente che avrebbe venduto oltre 250.000 copie solo nella città di New York. Shantè abbandonò la scuola per seguire questa strada. I suoi rap erano pesanti, volgari e rispecchiavano il suo ambiente e  divenne la pioniera delle “Rap Battle” e del “dissing”. Era un’adolescente senza paura e questo le fece guadagnare il rispetto di tutti nel settore hip hop. Ebbe successo nonostante uno stile di vita non solido ed una relazione con un uomo molto più grande di lei che la picchiava continuamente con il quale ebbe un figlio all’ età di 15 anni. Si ritirò dalle scene all’ età di 25 anni, dopo 2 album e tre colonne sonore.

A questo punto potremmo pensare che il talento non fosse poi così strutturato ma nel suo caso fece una strana virata trasformandosi in una nuova identità. Quella forza e quella caparbietà senza paura le servirono a riprendere gli studi ottenendo un dottorato in psicologia. Si costruì una famiglia a New York e tenendo sempre un piede nel mondo dello spettacolo divenne mentore di diverse giovani rapper donne.

Non sempre il talento si rivela in tutta la sua forma e la chiamata può essere una chiamata “temporanea” che serve solo ad acquisire un dato sapere che avrà poi uno scopo superiore nella nostra vita.

Succede anche a quei calciatori che si rivelano grandi allenatori o a quelle ballerine che diventano ottime insegnanti.

Shantè ha un profilo dotato di grande capacità creativa nel qui e ora, nell’ immediato, come se avesse dei lampi di genio, ma il suo talento non si riduceva soltanto a questo. E’ insita in lei l’attitudine ad essere di sostegno agli altri, ecco che questa qualità si andò a fondere con l’esperienza nel rap e con lo studio all’ università. La sua storia ci insegna che nulla è permanente, che siamo in continua trasformazione e che possiamo dipingere la nostra vita con i colori che vogliamo. Voi lo fate?

Be The One.

Letizia

Arrendersi non è un’opzione

Ci sono storie che mi arrivano davanti in maniera improvvisa, quando meno me le aspetto e da ogni parte del mondo. Sono ricettiva a questo, una vera e propria calamita ed è l’aspetto più entusiasmante della mia vita.

Mi piace investigare sulle persone che hanno fatto della loro vita un quadro straordinario a dispetto di tutto e ci sono storie che veramente per come partono, non ci scommetteresti un euro.  Ecco che mi accendo davanti a Deepika Kumari.

Una ragazza indiana. Nasce sul ciglio della strada di un villaggio indiano e cresce in una famiglia molto povera. Lei e i suoi genitori vivevano in una capanna di fango che si allagava ogni volta che pioveva. Il loro bagno era il fiume.

Come si supera un gap del genere? Guardando dall’alto della mia mansarda, con letto, bagno, acqua calda e frigorifero sembra una montagna impossibile quella che Deepika vuole scalare. Non parte da zero ma da sotto zero, perché quando non mangi regolarmente sei debole, se non dormi bene non hai energia il giorno dopo, per non parlare dell’istruzione. Ma la vita dona ad ognuno di noi le doti per fare della nostra vita un capolavoro e gli aspetti negativi sono messi lì per allenarci a superarli. Siamo noi che decidiamo di farlo o no.

L’unica cosa che ci impedisce di superare un ostacolo è la nostra mente, come decidiamo di vedere le cose fa la differenza fra il soccombere e il rinascere e trionfare.

All’età di 12 anni Deepika viene a sapere che c’è una scuola di tiro con l’arco gratuita e così insieme al padre ed alla madre si fa’ un viaggio di 130 km in sella ad un motorino avuto chissà come. 130 km in tre su un motorino perché Deepika pensa solo a come togliere una bocca da sfamare ai suoi genitori. L’allenatore di questa scuola la trova troppo debole per prenderla ma lei lo implora di darle tre mesi di tempo. Si allena con archi fatti in casa, archi di bambù e così ottiene il posto. A 13 anni riuscì a passare la selezione per essere ammessa alla migliore scuola indiana di tiro con l’arco. Il padre, guidatore di risciò, riuscì con grandi sacrifici a mettere via i soldi per comprarle un arco professionale. La direttrice dell’accademia racconta che Deepika non sapeva vestirsi, non sapeva mangiare, tenere in mano le posate. Le venne insegnato tutto. Si allenò duramente e progredì così velocemente che in tre anni diventò campionessa del mondo nella categoria allievi.

In India meno dell’1% di ragazze praticano sport di squadra, nessuna donna ha mai vinto una medaglia olimpica e lei è la più giovane donna indiana ad aver vinto una medaglia d’oro. Deepika ha partecipato anche alle olimpiadi, non ha vinto nonostante avesse primeggiato ad altre competizioni. Perdere per lei non è accettabile, il suo credo interiore è : arrendersi non è un’opzione.

C’è una qualità che trovo spesso in personaggi tipo Deepika, è un archetipo comportamentale che viene chiamato “il guerriero tribale” ed apparteneva a quei guerrieri che si avventuravano fuori dalla tribù per andare a cercare materie prime, cibo, etc. Ai guerrieri tribali non sempre andava bene, a volte tornavano feriti, derubati e la loro abilità era dimenticare la sconfitta, dimenticare il trauma. Questa è un’abilità della mente che permette di rimuovere le esperienze negative al fine di trovare ancora il coraggio di andare fuori dalla tribù.

La storia di Deepika fa riflettere molto, perché non parla di vocazione. Ha talento? Non lo so.  Deepika inizialmente ha pensato solo alla sopravvivenza, al fatto che il tiro con l’arco potesse essere un modo per riscattarsi nella vita, il talento è arrivato dopo con l’allenamento. Cercava solo un modo che le permettesse di eccellere, di essere fra le prime ed essere riconosciuta. Poi è accaduto qualcosa, qualcosa che non ci è dato sapere ma ciò che conta è che porta al mondo delle donne indiane un esempio straordinario.

 “Lei non dovrebbe esistere perché non abbiamo infrastrutture a sostegno di quel tipo di sogni” dissero alcuni.

Ad oggi ha vinto una medaglia d’oro, tre argenti e due bronzi partendo da sotto zero ma una delle cose più grandiose è stato ricevere il “Padma Shri”, uno dei più alti riconoscimenti in India. Da quel momento arrivarono i soldi e la sua famiglia ha potuto finalmente costruirsi una casa.

C’è molta differenza fra i nostri ostacoli quotidiani e quelli di Deepika. Anche i nostri a volte ci sembrano insormontabili. Ma è veramente così?Questa domanda riecheggerà dentro di me per diversi giorni. Voi cosa ne pensate?

Be The One!

Quella volta che sono andata nello spazio

Siete mai stati avvolti dal suono dell’universo? E’ come vagare nello spazio solo che restate a terra.

Se c’è un’emozione a cui dovremmo dare più importanza è la sorpresa.

La sorpresa è accensione del cuore. E’ gioia. Nel mio girovagare intorno al talento mi ritrovo a fare un’esperienza meravigliosa e a sorprendermi totalmente. Un bagno di gong. Ne avevo sentito parlare, visto qualche video ma non avevo mai fatto questa esperienza. Cos’è il bagno di gong?

“È il primo suono dell’universo, il suono che ha creato questo universo. È il suono creativo di base. Per la mente, il suono del gong è come una madre e un padre che ha dato i natali. La mente non ha il potere di resistere a un gong che è ben suonato. Yogi Bhajan

I bagni di gong hanno lo scopo di agevolare lo stato meditativo, in India vengono usati come strumento che favorisce la guarigione ed hanno la capacità di ripulire ferite emotive grazie alla vibrazione sonora. Essi favoriscono, a quanto pare, anche l’armonizzazione fra parte sinistra e destra del cervello.

Qualche giorno fa ho fissato un appuntamento con una fisioterapista, Antonella Gambino, che oltre ai trattamenti fisioterapici fa anche bagni di gong.

Mi accoglie nel suo studio e mi ritrovo in una stanza preparata con cura, un futon a terra con sopra un cuscino, luci soffuse, e lui il gong. Decidiamo di lavorare sul favorire l’inizio di qualcosa di nuovo. Mi sdraio, mi consegna un telo di cotone per sentirmi al caldo in caso di abbassamento della temperatura corporea e via, parte il bagno.

Cinquanta minuti di concerto di gong. Mi sono sentita completamente avvolta dalle vibrazioni di quel suono e tutto il corpo era così rilassato che l’impressione era quella di essere stata assorbita dal pavimento. Ad ogni tocco di gong il corpo riceveva un’onda potentissima e anche se ero lì immobile sul futon la sensazione era quella di fluttuare nello spazio. Un’esperienza sensoriale incredibile, fuori dallo spazio e dal tempo. Ero lì tranquilla, rilassata ed il mio corpo era diventato di marmo, nulla si muoveva di me eppure mi sentivo nello spazio. La voce di Antonella era leggera, soffusa, gentile e trasmetteva la forte sensazione di essere lì per me ma arrivata da un tempo remoto e da un luogo lontano.

Ero arrivata lì con una grande stanchezza addosso e ne sono uscita rinata, rigenerata. Antonella ha le caratteristiche di colei che è qui per guidare gli altri, per riallinearli alla loro vera natura energetica e, attraverso il bagno di gong, esprime al massimo questo suo talento straordinario.

Mi ritrovo a guidare la macchina con i pensieri puliti, senza stress o chissà cosa con la netta consapevolezza che il mondo è pieno di persone straordinarie e che il talento è dappertutto.

Be the One!

Letizia

Il curioso “caso” di Elisabetta II

 

E’ un po’ di tempo che la mia curiosità è solleticata dal personaggio di Elisabetta II d’Inghilterra.

Il merito va alla serie tv “The Crown” in onda su Netflix, al matrimonio di Harry e Meghan e alla Royal Family sbarcata su instagram.  Pensando alla teoria della ghianda di James Hillman, in cui lui racconta che le anime scelgono l’ambiente dove nascere, la famiglia dove nascere, mi sono chiesta che profilo avesse la Regina d’Inghilterra. Usando il sistema dello Human Design® è possibile osservare gli archetipi comportamentali (ovvero i codoni del dna) e cosa viene fuori?

Il dettaglio principale che mi salta all’occhio è che Elisabetta II ha il profilo di colei che “non è qui per lavorare” e questo mi sembra evidente no? In lei diventa l’espressione più alta possibile di quel genere di profilo, ma non è tutto. Diverse sono le caratteristiche che fanno di lei la persona adatta a fare da Regina. E’ un’eretica che possiede l’energia per l’ispirazione utile a portare chiarezza al collettivo, restando ancorata a dei principi di base che non abbandona alla leggera. Ha un modo di processare i pensieri che passa per i dettagli, dettagli che servono a comprendere ciò che vede ed ascolta fino ad avere una prospettiva generale che le permette poi di comunicare nel modo più chiaro possibile agli altri. E’ una qualità non da poco, ma non è tutto.

Le sue caratteristiche sembrano una chiara mappa che rivela il ruolo che poi ha indossato. E’ qualcosa di stupefacente. Un altro archetipo comportamentale posseduto da Elisabetta II riguarda la capacità unica di sopportare la confusione e superare l’eventuale caos quando tutto fuori sembra senza controllo, riuscendo così a prendere la giusta decisione senza farsi condizionare.

Ma una delle cose che mi ha fatto sorridere di più è un preciso codone del DNA che attiva un archetipo comportamentale che utilizza l’esempio come espressione dello stile. Colei che incarna lo stile senza far intravedere necessariamente la sostanza. Il mondo intero è stato testimone di queste sue caratteristiche fantastiche e allora mi viene da pensare che nulla accade per caso, come anche asserisce Hillman. Non è curioso che lo zio abbia abdicato, che il papà sia scomparso presto e che lei si sia ritrovata  ad essere Regina giovanissima possedendo tutte le qualità funzionali ad incarnare quel ruolo? Non toccava a lei essere Regina, oppure no?

C’è un disegno che prende forma nella vita di ognuno di noi. Voi avete già scoperto il vostro?

Be The One!

Letizia

D’amore, di sapore e di magia!

L’amore per la cucina è intriso di un’energia speciale. Cucinare per qualcuno è una delle cose più amorevoli che si possa fare. Si nutre l’altro e nutrire l’altro è un atto d’amore. C’è magia, c’è alchimia e non tutti gli chef se lo ricordano. Molti si fanno trasportare dal voler essere famosi, ricercati, conosciuti e strapagati o stellati. In un percorso di questo tipo il rischio è di perdere un po’ di quella fiamma che rendeva il tutto magico: la vocazione.

La vocazione riguarda proprio il sentirsi chiamati a fare qualcosa in particolare e riuscire a comprenderla significa non solo mettere a fuoco cosa vuoi fare ma anche quale tipo di emozione provi nel fare quella cosa. Quell’ emozione è ciò che viene poi replicato ogni volta in te, anche se cambiano gli ingredienti, i colori, gli odori ed i sapori. Cambiano le componenti ma non il risultato. Tutto si rinnova per lo stesso fine. La magia è l’emozione che lo chef prova e chi mangerà il piatto verrà travolto da un’esperienza.

Siamo circondati da programmi di cucina e da decine di chef ma chi fa vere magie non è detto che sia per forza davanti ad una telecamera. Possiamo avere la fortuna di incontrarli durante un viaggio all’ estero, inaspettatamente nella cucina dell’hotel dove soggiorniamo.

E’ il caso di Christian De Nadai. Executive Sous Chef presso il Four Season Hotel Moscow.

La cucina di Christian  è una cucina unica, viene da grandi esperienze come quella presso il ristorante “Don Alfonso 1890” e lavorare con una famiglia come quella Iaccarino (arrivati alla quarta generazione) è qualcosa di grande valore formativo ed esperienziale. Un patrimonio di cui altri godranno.

Non è un caso quindi che la cucina di Christian sia incentrata sui prodotti e su quella che lui chiama “l’incertezza creativa”. Perché lui crea a prescindere, senza la pressione della domanda “piacerà?”.

Avute le informazioni di base da sapere sul l’ospite si lascia poi ispirare dalla sua eretica creatività. Eh si, perché è un vero eretico nella gestione del suo lavoro e accade che l’ospite non si ritrova a dire “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto” ma “ho capito!” o “non ho capito”.

Il piatto creato e servito finisce per essere un atto educativo e non solo nutritivo.  E’ un’esperienza che pochi hanno il coraggio di offrire, rischiando molto ma appoggiandosi a quella che è la luce interiore che Christian possiede.

Lo splendore delle persone che realizzano il proprio talento è un dono per il mondo, un dono per tutti che troppo spesso finiamo per dimenticare.

Fortunati saranno coloro che passeranno per Mosca e soggiorneranno in quel l’ hotel con il privilegio di mangiare ciò che Christian prepara con amore e magia!

Il talento è dappertutto sta a noi goderne!

Be The One!

Letizia

Ho chiuso Salmo nella testa

Vi è mai capitato di vedere un artista e pensare “non mi piace per niente”?

Questo è ciò che è accaduto a me quando vidi per la prima volta il rapper Salmo.  Nonostante questo rimasi molto colpita. L’esibizione fu durante la finale di Xfactor e la sua performance fu molto impattante. Il pubblico in delirio ed io che mi dissi “sì bravo ma …”. Quel ma aveva un sacco di sfumature. Ma troppo duro, ma troppo forte, ma troppo rozzo, ma non mi convince. Nonostante questo qualcosa mi attirava.

Galeotta fu la canzone “Il cielo nella stanza”.  Io che in quanto a rap ero rimasta al “tranqi funky” degli Articolo 31 mi sono ritrovata,  grazie alla nuova ondata  di questi ultimi anni,  ad osservare con piacere una nuova generazione di rappers che come età potrebbero essere figli miei. Nonostante il gap generazionale ecco che mi innamoro di Ghali,  provo stima per quel genietto di Fabri Fibra e ho un debole per il lato torbido di Salmo. Quindi ora sono nella “fase Salmo”. Quando studio un talento parto sempre dal punto di osservazione di James Hillman e dalla sua teoria della ghianda fino a giungere ad utilizzare il sistema del Disegno Umano® per scoprire cose nuove o trovare conferme.  Salmo è un provocatore. Lotta attraverso la provocazione.  Lo spirito provocatorio gli permette di mettere nella forma qualcosa, nel suo caso i testi. Ma c’è un carburante specifico che gli permette di scrivere ed è l’onda bassa delle emozioni. Assorbe e resta condizionato dalle emozioni altrui, soprattutto quelle basse, la tristezza, la rabbia, la malinconia, l’amarezza etc. L’onda malinconica gli permette di essere creativo.  Osserva il mondo e lo mette nei testi delle sue canzoni in modo sfrontato, crudo. L’arte è uno degli strumenti con cui cerchiamo di cambiare il mondo, non sempre con grandi pretese,  a volte cerchiamo solo di scuotere e Salmo lo fa’. E’ stato sorprendente scoprire con la teoria del Disegno Umano® che Salmo possiede un codone del Dna che produce un preciso archetipo comportamentale, una meccanica,  che gli consente di “mantenere un ritmo senza perdere fiato “, il “talento di esprimere un ritmo ed una sequenza perfetta”.

Io ho provato a cantare una delle sue canzoni ma proprio mi è impossibile.

Altra cosa innata è l’energia che ha per concentrarsi sui singoli processi, sui dettagli e a quanto pare questa è una caratteristica risaputa di lui. Una delle cose interessanti è che non è fatto solo per il rap, in questo momento lo fa’ perché gli piace, gli smuove tanta energia ma lui è un multi direzionale e diverse sono le strade che può percorrere per esprimersi. E’ un sognatore in grado di riconoscere ciò che è fertile da ciò che non lo è, questo lo si vede anche dalle collaborazioni che sceglie ma soprattutto aperto, aperto all’esplorazione di nuovi contesti in cui creare, lottare e provocare. Mai romantico tranne una volta. E’ bastata quella.

“Ho chiuso il cielo, nella stanza ho le pareti blu (ehi)
Ho perso la ragione, la ragione sei tu
Che mi fai andare fuori, seh
Tu mi fai andare fuori”

Hai fatto andare fuori anche me che l’ascolto dieci volte di seguito, grazie Salmo!

Be the One!

Letizia

 

Il colpo di fulmine

Sono facile ai colpi di fulmine, è un dato di fatto. Mi innamoro con facilità, per fortuna non si tratta di relazioni sentimentali. Si tratta di talento, tanto per cambiare. Confido nel fatto che chi mi legge spesso è preparato da questo punto di vista, chi mi conosce sa che questa è la mia strada. Secondo il sistema del disegno umano® io sono una cantastorie. Una nomade che gira il mondo reale o virtuale che sia e racconta storie di altri.

Mi ci ritrovo al 100% e scoprirlo ha fatto la differenza nella mia vita, totalmente.

Tornando al colpo di fulmine stavolta è opera di Katelyn Ohashi. Immaginate l’emoticon che fa “Wow”, quella sono io qualche settimana fa dopo aver visto un video (link in fondo alla pagina) di questa ginnasta americana che fra volteggi, capriole, salti mortali con atterraggio in spaccata inserisce il moonwalker di Michael Jackson.

Quando nella vita prendi il vizio di stupirti davanti alla bellezza, succede che ne vedi tanta e ovunque.

Questo è un po’ un vizio dell’ottimista incallito ma nel caso di Katelyn c’è molto di più. Oltre la sorpresa c’è la gratitudine di leggere tanta bellezza.

Due cose di lei: ha vinto ben 15 medaglie d’oro, 6 d’argento e 2 di bronzo. Dopo varie gare regionali e nazionali debuttò fra le più grandi all’American Cup battendo addirittura Simone Biles (e quella fu l’unica volta in cui la straordinaria Simone fu sconfitta). Fu un vero trionfo, il più grande e anche l’ultimo. La sua carriera ad alti livelli finì in quel momento.

Subito dopo iniziò ad avere problemi di salute alla spalla e poi alla schiena e dovette rinunciare alle gare dei grandi campionati. Ma la sua storia non finisce qui.

Osservando il video su di lei che sta girando negli ultimi tempi ho visto un essere felice, sorridente, che volteggia a suo modo, un corpo che sembra di gomma e non diresti che abbia avuto problemi. Così ho voluto indagare e scoprire cosa c’era dietro, se c’era qualcosa di diverso da ciò che l’immaginario mi proponeva oppure no.

Katelyn Ohashi, secondo le teorie dello Human Design System® è un guerriero folle che fa salti nel vuoto (e che salti) ma è protetto nell’ atterraggio dalla sua innocenza di spirito che le permette di atterrare in piedi, o come vuole lei. Ha un animo che non cambia neanche davanti alle situazioni di sfida e conserva la purezza dell’innocenza. Si sintonizza sulla sfida in modo centrato, il resto scompare, non c’è neanche la malizia competitiva. Lei è qui per esprimere la sua elettricità, la sua arte del movimento con piacere e con amore.

La sua grande capacità di adattare la propria ambizione agli eventi le ha permesso di ricominciare ad allenarsi, dopo anni di stop, accettando la proposta della UCLA (Università della California di Los Angeles) tornando a vincere nei campionati universitari.

Ci sono eventi della nostra vita che sembrano drammatici, ingiusti ma solo con il senno di poi possiamo trovare loro il giusto collocamento, il giusto significato.

Mi piace pensare che il corpo di Katelyn le abbia offerto la possibilità di realizzare se stessa in altri modi, permettendole di allenarsi e creare coreografie adatte al suo modo eretico di partecipare alle sfide, senza essere più schiava delle regole del peso corporeo che le scene internazionali pretendono, abbandonando i vecchi modelli finendo per essere un modello di determinazione per le altre studentesse.

E’ riuscita dove altri falliscono, dove altri si piegano, mantenendo l’amore per la sua arte.

Brava Katelyn. https://www.youtube.com/watch?v=4ic7RNS4Dfo

Voi come reagite agli eventi? Cercate una soluzione, un significato?

Be The One

Letizia